Autorità civili e militari, Prefetto, Questore, Sindache e Sindaci presenti, care cittadine e cari cittadini. Voglio poi salutare le Sindache e i Sindaci neoeletti che sono qui presenti con noi dopo le recenti elezioni e chiederei di fare loro un applauso perché da oggi fanno parte, con la fascia tricolore della nostra Repubblica italiana.
Ottant’anni fa, in questo stesso giorno, l’Italia scelse sé stessa.

Scelse la Repubblica. Scelse la democrazia. E — per la prima volta — quella scelta fu davvero di tutti: uomini e donne, insieme, con la stessa scheda, lo stesso diritto, la stessa voce.

È un fatto di quelli che cambiano per sempre il volto di un paese. E voglio chiamarlo con le parole giuste: non fu una concessione. Fu una conquista, come ci ha ricordato il Presidente Sergio Mattarella. Il voto italiano segnò una svolta nella storia del Paese, come ci ha detto il Presidente, ponendo le basi per edificare, sulle solide fondamenta della Costituzione, un nuovo patto civile, ispirato ai principi di libertà, uguaglianza e solidarietà, spinto da una intensa sete di pace. “La Repubblica – ha spiegato il Presidente – nacque da un corale e sincero esercizio di democrazia di cui fu protagonista “il popolo italiano che, come ci ha ricordato il Prefetto, affluì con straordinaria partecipazione e compostezza ai seggi, per la scelta dell’ordinamento dello Stato e l’elezione dell’Assemblea costituente”. E, “in particolare, le donne.
Una conquista lunga quasi un secolo. Dal 1861, anno del primo Parlamento del Regno d’Italia, al 1946: per venti volte fu presentata la proposta di estendere il voto alle donne. Per venti volte fu respinta.

Venti volte. Non una distrazione, non un ritardo ma una scelta consapevole di esclusione.
Eppure le donne non smisero di chiedere. Di avanzare le loro richieste. Non smisero di costruire. E quando finalmente quel diritto arrivò, non cadde dall’alto: prese forma nei mesi della Resistenza, dentro i Gruppi di Difesa della Donna, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale. Quelle donne chiedevano un Paese nuovo — la scuola per i bambini, il lavoro per tutti e tutte, il diritto di voto per le donne.

È una conquista figlia della Liberazione e della Resistenza, a cui, senza retorica, dobbiamo la nostra libertà e la nostra dignità nazionale.
Voglio ricordare in modo particolare qui di fronte al nostro Sacrario le donne partigiane, che a lungo, non correttamente, abbiamo chiamato semplicemente “staffette” e che invece furono ufficiali di collegamento a tutti gli effetti e furono fondamentali per scrivere una delle pagine più importanti della storia del nostro Paese.

Dentro questa storia nazionale, Bologna ne racconta una che è tutta nostra. Una storia bellissima, e di cui andiamo fieri.
Il 24 marzo 1946 — tre mesi prima del 2 giugno — Bologna fu la prima grande città italiana a votare per le elezioni amministrative. Le donne bolognesi furono tra le prime in Italia a mettere una scheda nell’urna, le prime a candidarsi. Una città ancora segnata dalla guerra e dalle bombe, ancora con le macerie, ancora con fortissime tensioni sociali.

Eppure capì che l’urgenza democratica era prioritaria.

Fu Giuseppe Dozza — sindaco nominato nel 1945, non ancora eletto — a volere che quella Bologna si preparasse al voto. Costituì un Consiglio Consultivo, una forma di assemblea cittadina che facesse da ponte tra le istituzioni e la gente. E chiese esplicitamente che ne facessero parte anche le donne: solo 8 su 80 componenti. Un cammino che allora cominciò, e che anche a Bologna cambiava passo.

Le prime elette nel Consiglio Comunale del 1946 furono quattro: Ester Capponi, Vittorina Tarozzi, Giovanna Gardini e Anna Serra. Quattro donne in un’aula che non le aveva mai viste sedere prima. A Ester Capponi, nel corso di questo mandato abbiamo intitolato uno scranno in Consiglio Comunale, nel 2022, pedante la prima volta che uno scranno nel nostro Consiglio comunale veniva dedicato non a un uomo ma una donna.

E fu ancora Dozza, nel 1956, a volere la prima donna in Giunta. In quella stessa Giunta, arrivò anche la prima assessora “Ai problemi della donna”, Mirella Bortolotti.
Quarant’anni prima della prima Ministra alle Pari Opportunità in Italia, Anna Finocchiaro, vent’anni prima della prima donna in un Governo nazionale, Tina Anselmi — Bologna introdusse nel governo della città un punto di vista esplicito: quello delle donne.

Una storia nata dalle loro lotte appunto. E che portò gli asili nido, i Centri Antiviolenza: politiche che prendono forma nei Comuni, e cambiarono per sempre il volto della democrazia di tutta la nazione.

Ora siamo al 2 giugno 2026. In questi ottant’anni penso che vadano ringraziate tutte le cittadine e tutti i cittadini che hanno contribuito a costruire questa nostra Repubblica.

Perché la distanza che ancora vediamo tra quello che le donne danno a questo Paese e quanto da questo Paese ricevono — in termini di lavoro, di servizi, di opportunità — è ancora troppo ampia. E soprattuto grazie alla lotta delle donne alla partecipazione nelle associazioni e nei sindacati, questa distanza è stata via via accorciata.

Purtroppo ora siamo ultimi in Europa per occupazione femminile. E ancora tante questioni sono da affrontare.

Da quando esiste la nostra Costituzione, il Comune di Bologna si è sempre adoperato per attuarla, in particolare nei suoi articoli fondamentali e insieme alla mobilitazione della donne di generazione in generazione si è tracciata una via in molti campi, dal lavoro, alla salute, dalla famiglia, all’educazione, dall’impresa alla partecipazione politica, ha indicato una strada.

Spetta a noi continuare a percorrerla assieme, nella parità e nel rispetto.

Care cittadine e cari cittadini,
il 2 giugno 1946 milioni di italiane e italiani sono usciti di casa e sono andati finalmente a votare uniti affinché, noi oggi potessimo essere qui, più liberi e più consapevoli.

Non sprechiamo questo dono. Rendiamo il nostro paese e la nostra Repubblica più uniti e più grandi di come li abbiamo trovati.

Viva Bologna. Viva la Repubblica. Viva l’Italia.

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