
Introdotto dalla direttrice dell’Istituto Storico di Modena Metella Montanari, Franchini racconterà come ad Auschwitz, Terezin, Buchenwald e Dachau si facesse musica per molti motivi. Le SS imponevano ai prigionieri di accompagnare le torture, le marce verso il lavoro o le camere a gas con brani strumentali. Le piccole o grandi orchestre allestite nei lager servivano per intrattenere gli aguzzini nel fine settimana o per sostenere la propaganda nazista. Nei campi di sterminio si incontrarono musicisti di grande valore che riuscirono a produrre opere di notevole qualità. Non c’erano solo gruppi impegnati nell’esecuzione di brani di musica classica, ma anche musica da camera e jazz “che mattino, mezzogiorno e sera accompagnavano la partenza e il ritorno dei Kommandos, le squadre di lavoro”.
A volte la musica aveva un ruolo spettrale e in netta contraddizione con le atrocità compiute nel campo; serviva a camuffare quanto stava accadendo. Nel lager di Treblinka, ad esempio, Chil Raichman, uno dei pochi sopravvissuti, racconta che, ascoltando quelle note, “all’arrivo del convoglio nel lager, le persone erano convinte che non sarebbe stato fatto loro alcun male”. La musica faceva da colonna sonora del dolore o della speranza, dell’angoscia o della resistenza psicofisica degli internati, dai musicisti agli ascoltatori, nei vari lager in un Paese in cui a quei tempi vigeva l’assurda contraddizione fra “la musica vietata” come quella dei compositori di origine ebraiche e la musica “imposta” nei campi di concentramento.
Ingresso gratuito con prenotazione consigliata al numero 059.568508.
Obbligo di green pass rinforzato e mascherina FFP2.


