
Nato il 3 marzo del 1883 a Reggio Emilia da una famiglia ebraica, per molti anni aveva lavorato alle Poste negli uffici della città. Nel 1938 aveva perso il lavoro a causa delle leggi razziali. Insieme alla moglie Ebe e ai due figli Lazzaro e Vera si era trasferito prima in via Secchi e poi nel 1943, per salvarsi dalla persecuzione nazi-fascista, era fuggito con loro in montagna, a Costabona, trovando ospitalità e protezione presso la maestra Fioroni.
Il 4 agosto 1944, durante il rastrellamento dei nazi-fascisti di Villa Minozzo, Dante cercò di scappare per evitare la cattura. Sarà un infarto a ucciderlo in quella fuga, scatenato dalla paura e dallo sforzo fatto per mettersi in salvo.
Oggi in via Cagni 4, incastonata nel selciato, si trova una Pietra d’Inciampo per ricordare la sua vita e il suo sacrificio.

Le Pietre d’Inciampo sono piccoli monumenti collettivi, cubi d’ottone incastrati nell’asfalto, sistemati davanti alle case in cui i reggiani deportati hanno vissuto ancora liberi, prima della loro cattura. Sopra sono incisi i nomi e i dati delle persone deportate nei campi di concentramento e sterminio oppure di coloro che sono rimasti vittime della persecuzione. Fanno inciampare mentalmente, cioè catturano l’attenzione dei passanti che potranno scoprire nomi, date e storie. Per loro natura, le Pietre si trovano nel traffico, nello sporco, sotto le intemperie. Si usurano, si anneriscono. Hanno bisogno di attenzioni e manutenzioni, per essere sempre brillanti e visibili. L’invito anche quest’anno è stato accolto.


