A distanza di decenni dai principali fatti di cronaca che hanno segnato Modena e il suo territorio, il dibattito sulle modalità investigative dell’epoca e sull’evoluzione delle tecniche di indagine torna al centro dell’attenzione. Se ne è discusso nel corso dell’incontro promosso da Siulp Modena, Artestampa e Confcommercio Modena, che ha riunito addetti ai lavori ed esperti per un confronto tra passato e presente della criminalistica.

Al centro del dibattito, non solo il contesto storico e investigativo degli anni in cui si svolsero le indagini, ma anche il confronto con le attuali potenzialità offerte dalla tecnologia forense.

“Un’epoca difficile, marchiata da rapine anche sanguinose, infiltrazioni di una certa gravità, gli ultimi riverberi dell’attività terroristica, il primo massiccio flusso migratorio: questo era il quadro dove, con carenze organiche gravissime e totale assenza di mezzi tecnologici, abbiamo dovuto arginare attività criminali di grande rilievo. Abbiamo ottenuto anche risultati importanti, ma arrivare in fondo a ogni singola indagine era davvero difficile per via del contesto in cui si operava in quel decennio. Abbiamo cercato di dare il massimo in ogni singola indagine, soprattutto in quelle per i reati più gravi, ma era oggettivamente impossibile reperire ulteriori indizi o prove per delitti dove il cadavere, ad esempio, era stato magari trasportato per chilometri, sempre o quasi all’aperto e in un contesto dove i testimoni preferivano eclissarsi per ovvi motivi. In ogni caso, mi sento di escludere categoricamente che quegli omicidi siano stati commessi da un’unica mano”. Così Giuseppe Zaccaria, ispettore e poi commissario, per anni e anni investigatore della Squadra Mobile e poi della Digos di Modena, protagonista di numerose inchieste giudiziarie.

“Il clima non era dei migliori all’epoca, per via dei numerosi fatti giudiziari che investono la Procura dell’epoca. Oltre alla necessaria cernita per dare priorità ai reati più gravi, come ad esempio l’omicidio, i sostituti procuratori come me spesso non decidevano se dirigere un caso o meno, poiché la scelta era affidata al Procuratore Capo del momento. Certo è che tutte le vittime frequentavano ambienti pericolosi, con poca o nulla protezione e per motivazioni che indebolivano sia la donna che il suo compagno, com’è facile intuire.

Sono convinto che le Forze di Polizia abbiano fatto tutto quello che potevano fare in ogni singolo episodio per raccogliere prove e indizi, ma le diverse modalità e contesti di ogni singolo omicidio – concordo con Zaccaria – mi hanno fatto sempre pensare a più autori, scollegati fra di loro e con motivazioni anche molto diverse”, riassume l’ex sostituto procuratore Giuseppe Tibis, per oltre trenta anni in servizio presso la Procura di Modena.

“Le attività tecniche da quel decennio a oggi sono cambiate in maniera drastica, ma ciò non significa che nel 2026 sia automaticamente più facile individuare il responsabile di determinati reati solo perché disponiamo di più mezzi tecnologici. Quanti reperti sono stati conservati? La conservazione è stata ottimale? È possibile addebitare un eventuale reperto a un sospettato?

Spesso la cronaca giudiziaria ci racconta dettagli e particolari che nella realtà sono ben differenti dall’attività della Polizia Scientifica, che soprattutto nei casi più gravi deve svolgere rilievi e accertamenti che possono durare anche giorni. Anche per attività apparentemente semplici, come il rilievo delle impronte digitali, il luogo comune porta spesso a conclusioni errate.

Come perito di parte, mi sto occupando sia del caso di Garlasco sia del presunto Mostro di Modena: per quest’ultimo spero che la Procura riapra non perché sono convinto di arrivare a chissà quale verità, ma soprattutto per vedere di persona quali reperti sono a disposizione e il loro stato di conservazione. Solo così potremo essere più obiettivi, nonostante le evidenti difficoltà del caso”. Questa è la sintesi di Armando Palmegiani che, dopo una lunga militanza nella Polizia di Stato, oggi fa il perito di parte in numerose inchieste giudiziarie.

“Niente scoop, nessuna rivelazione ‘pruriginosa’, solo il desiderio di affermare con cognizione di causa che all’epoca dei fatti sono state svolte tutte le indagini del caso, senza tralasciare nulla. Certo, è doloroso pensare che per otto o più omicidi non sia stato trovato nessun colpevole, ma è assurdo pensare che Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri e Procura della Repubblica abbiano scientemente deciso di soprassedere ed evitare di accertare tutto il possibile. Cerchiamo di restituire un minimo di dignità a queste povere vittime che hanno pagato un prezzo altissimo, dopo una vita sofferta anche se in molti casi piuttosto breve”, ha concluso Roberto Butelli, segretario generale del Siulp di Modena e moderatore dell’incontro.

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