
L’Azienda USL di Modena ha presentato oggi la terza edizione del Bilancio di genere, uno strumento che non si limita a fotografare i numeri, ma consente di leggere in profondità le dinamiche di genere dentro l’organizzazione e nella salute della popolazione del territorio.
Un percorso che, nel triennio, si è progressivamente evoluto: dal primo Bilancio, focalizzato sul personale e su un singolo dipartimento, al secondo, che ha esteso l’analisi a tutta la produzione ospedaliera e territoriale, fino all’edizione odierna che, a partire dai dati 2024, segna un salto di qualità, con la qualificazione degli indicatori e l’introduzione di nuove categorie legate al benessere organizzativo e al disagio lavorativo. L’obiettivo era sfidante: arrivare a mappare il fenomeno delle “uscite volontarie” e approfondire altri indicatori di malessere o scarsa fiducia, per consentire alla direzione aziendale di tutelare, non solo in termini di sicurezza ma anche di relazioni quotidiane, la risorsa più importante di una azienda sanitaria, ossia il proprio personale.
Un’azienda fortemente femminile, ma non ancora pienamente equilibrata
Con 5.234 dipendenti, l’Ausl di Modena si conferma una delle realtà lavorative più rilevanti della provincia e presenta una marcata femminilizzazione dell’organico: oggi le donne rappresentano il 74,22% del personale, dato in lieve ma costante crescita e in linea con il settore sanitario. La fascia più numerosa è quella tra i 50 e 60 anni; le donne sono particolarmente presenti nei ruoli infermieristici, tecnici e amministrativi (intorno all’80%), e anche nella componente medica dove comunque raggiungono il 66,7%. Il dato cambia, però, salendo lungo la gerarchia organizzativa pur segnando un aumento significativo rispetto agli anni precedenti: se nelle Strutture Semplici le donne costituiscono il 61% (64% nel ‘23), in quelle Complesse sono solo il 38.75% (nel 23 erano il 35%). Un segnale di riequilibrio in corso, che convive però con un’evidente segregazione verticale, tema centrale del Bilancio.
Il peso della conciliazione e il nodo del gender pay gap
Il documento conferma che gli strumenti di conciliazione – part time, congedi parentali, permessi per assistenza, maternità – sono utilizzati in misura nettamente maggiore dalle donne, spesso per far fronte al lavoro di cura verso figli e familiari anziani. Accanto a questo, emerge un dato positivo: l’aumento significativo del congedo facoltativo di paternità, cresciuto di oltre 100 giorni rispetto all’anno precedente, segno di un cambiamento culturale che in sanità procede più rapidamente che nel settore privato.
Resta però evidente l’impatto di queste dinamiche sulle carriere e sulle retribuzioni: il gender pay gap, pur inferiore rispetto al settore privato, si concentra soprattutto nelle posizioni apicali e nella parte variabile della retribuzione dirigenziale, dove incidono incarichi, libera professione e tempi di accesso alle strutture complesse.
Benessere lavorativo: le “uscite volontarie” come segnale d’allarme
Una delle principali novità del nuovo bilancio è l’introduzione di indicatori legati al benessere lavorativo: assenze, mobilità, interruzioni del rapporto che possono essere segnali di disagio lavorativo. Vi è un sostanziale equilibrio di genere nei recessi volontari e mobilità in uscita del rapporto di lavoro, che si confermano la percentuale più alta rispetto ad altre cause di interruzione con un andamento altalenante negli anni. È alto il dato attuale delle uscite volontarie (41%), ma il lieve incremento degli ultimi anni rispecchia anche una certa “spinta” al pre-pensionamento per un quadro legislativo incerto che fa percepire penalizzante la permanenza al lavoro. Il Bilancio assume così la funzione di diagnosi organizzativa, orientando le scelte future.
Dal lavoro alla cittadinanza: la salute di genere della popolazione
Il BG non si ferma all’interno dell’Azienda, ma estende l’analisi alla popolazione della provincia di Modena, oltre 711.000 abitanti, trattando il genere come determinante di salute. Le donne risultano più colpite da: cronicità (rappresentano oltre il 59% dei pazienti cronici); patologie osteoarticolari, reumatologiche e dolore cronico; disturbi dell’umore e della personalità. Accedono però più frequentemente ai servizi, soprattutto ambulatoriali e territoriali, mentre gli uomini prevalgono in ambiti come cardiologia, nefrologia, urologia e alcune aree psichiatriche. Un quadro coerente con la medicina di genere, che consente di rendere più appropriate e mirate le cure.
Violenza di genere: numeri che raccontano una realtà strutturale
Un approfondimento specifico è dedicato alla violenza di genere, tema centrale anche nel dibattito pubblico nazionale. Nel 2024 si registrano 232 accessi per violenza ai Pronto Soccorso e CAU dell’Ausl: oltre il 75% riguarda donne tra 25 e 54 anni. Circa l’80% delle violenze avviene in ambito familiare o di convivenza e la distribuzione tra donne italiane e straniere è sostanzialmente equilibrata, smentendo stereotipi diffusi. I dati mostrano anche segnali positivi: grazie alla formazione degli operatori, migliora l’assegnazione dei codici di triage e la corretta classificazione della violenza. Restano però criticità nella documentazione dello stato psicologico delle vittime e nella valutazione del rischio alla dimissione.
Violenza verso il personale: più segnalazioni, più consapevolezza
Un fenomeno che emerge perché oggi viene denunciato: nel bilancio si contano 282 segnalazioni di violenza verso il personale, in prevalenza donne, soprattutto nei profili infermieristici e medici. L’aumento rispetto all’anno precedente è attribuibile principalmente a una maggiore emersione del fenomeno sommerso e a una minore tolleranza verso comportamenti aggressivi, più che a un reale incremento degli episodi.
Riprogrammare per migliorare lavoro e cure
“Il Bilancio di genere non è un giudizio sull’Azienda – dichiara Romana Bacchi, Direttrice sanitaria Ausl – ma uno strumento che consente di individuare dove intervenire, con azioni di miglioramento per promuovere le Pari Opportunità e il benessere lavorativo, affiancati al miglioramento della salute della cittadinanza con un approccio gender oriented, a garanzia di Equità e Appropriatezza delle cure quali principi fondanti delle nostre politiche aziendali”.
“Il percorso del Bilancio di genere si chiude quindi con una fase di riprogrammazione – dichiara Milena Casalini, Referente per il Bilancio di Genere e Presidente CUG Ausl – che individua azioni concrete: rafforzare l’ascolto e il supporto al personale, potenziare conciliazione e flessibilità, favorire l’accesso femminile ai ruoli apicali, ridurre il gender pay gap; sviluppare politiche di prevenzione della violenza e del disagio lavorativo oltre che integrare stabilmente la medicina di genere nella programmazione sanitaria”.


