Sabato 13 gennaio alle 17 appuntamento al Mabic di Maranello con “Il deserto del tempo”, conferenza di Giorgio Viola, Direttore del Museo del Combattente di Modena, dedicata alla figura dell’aviere Giovanni Romanini. Classe 1916, Romanini era parte dell’equipaggio del bombardiere leggero ‘Sparviero’ che sparì dai radar sopra la Libia durante la seconda Guerra Mondiale, nel 1941: sopravvissuto allo schianto, camminò per novanta chilometri nel deserto alla ricerca d’aiuto ed ora riposa al Cimitero di Collecchio (Parma). I resti del velivolo furono ritrovati nel deserto soltanto nel 1960.

Quella dello “Sparviero fantasma” è uno dei misteri più noti degli aerei scomparsi durante la seconda guerra mondiale. Il 21 luglio 1960, alcuni tecnici della compagnia CORI del gruppo Eni vicino alla pista che stavano percorrendo tra Gialo e Giarabub, in Libia, trovarono lo scheletro di un aviere, identificabile dai bottoni dell’uniforme. Oltre ad una pistola lanciarazzi, sullo scheletro vi era una chiave con la piastrina metallica di Giovanni Romanini, primo aviere di Parma. Il 5 ottobre un’altra squadra ritrovò i resti di un aereo sul quale risultava visibile il numero di matricola e l’identificativo di squadriglia, la 278ª Aerosiluranti. L’aereo era decollato il 21 aprile 1941 al comando del capitano pilota Oscar Cimolini per una missione di aerosiluramento, ma scomparve nel nulla, finendo nell’elenco dei dispersi con il suo equipaggio: oltre a Cimolini, il maresciallo pilota Cesare Barro, il tenente di vascello osservatore Franco Franchi, il sergente maggiore marconista Amorino De Luca, il 1º aviere motorista Quintilio Bozzelli, il 1º aviere armiere Romanini.
Il relitto dell’aereo si presentava in buone condizioni generali, con le eliche danneggiate, il muso sfondato e le gambe di forza del carrello, evidentemente estratto per l’atterraggio, che avevano sfondato le ali. L’aereo era quindi atterrato coi motori funzionanti. Non si può dire se gli apparati ricetrasmittenti funzionassero durante il volo, ma di fatto l’aereo oltrepassò la costa per addentrarsi nel deserto per oltre 400 km. Romanini andò in cerca di soccorsi, ma morì nel tentativo (marciò per oltre 90 km e mancò di poco un deposito d’acqua del Long Range Desert Group, poi spirò, dopo aver verosimilmente sparato un razzo di segnalazione, a soli 8 km dalla trafficata strada Gialo-Giarabub), mentre i corpi di altri tre membri dell’equipaggio, mai identificati, furono trovati uno all’interno del relitto (il pilota, probabilmente Cimolini, ucciso o gravemente ferito nell’atterraggio: lo scheletro presentava vistose fratture, ed i comandi mostravano ancora tracce di sangue) e due al suo esterno (uno dei quali sotto un’ala, probabilmente per ripararsi dal sole). Le salme di altri due uomini non furono mai ritrovate; il fatto che sul corpo di Romanini fu trovato un secondo orologio, oltre al suo, fa pensare che almeno un altro superstite avesse tentato l’attraversamento del deserto, ma fosse morto durante la marcia. Il motivo per il quale l’equipaggio non si rese conto del macroscopico errore di rotta non potrà mai essere spiegato completamente.

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