Come mai la consigliera regionale e coordinatrice di Azione Giulia Pigoni ha messo nel mirino il sottoscritto e Forza Italia? La risposta credo sia semplice. Spera che in questa campagna elettorale nessuno si accorga che è in maggioranza, a Bologna appunto, con il PD. Probabilmente teme che il futuro segretario del partitone e attuale presidente di Regione voglia presentarle il conto. Prima l’ha ospitata nella sua lista permettendole il seggio, poi le ha dato anche un posto in giunta con l’assessore Mauro Felicori. Se il 26 settembre il Pd si arrabbia sono guai per Lei.

In Emilia-Romagna possiamo affermare senza alcun dubbio che Azione non è altro che una costola della sinistra. Lo tengano bene a mente gli elettori. La Pigoni, poi, si deve collegare con la realtà e non parlare da un Pianta Parallelo in cui pare soggiornare. Non abbiamo fatto cadere il governo Draghi. Questa crisi ha un nome e un cognome preciso, anzi due. Il primo è quello del Movimento 5 Stelle, che per un capriccio si è messo fuori dal governo, tra l’altro senza far dimettere i propri ministri. Il secondo è quello del Pd, che non ha voluto rinunciare per un interesse elettoralistico a stare al governo con i 5Stelle. E’ il Pd che non ha voluto nascesse un Draghi bis perché in quel momento avrebbe significato cedere sul proprio progetto di “Campo Largo” e avrebbero perso anche l’ultimo filo che li teneva uniti. Il Pd ha lavorato per salvare i 5Stelle, riuscendo solo a sacrificare Draghi. Forza Italia ha creduto in Draghi e crede in Draghi. Noi siamo stati il partito più responsabile tra tutti i partiti di governo. Quelli che hanno dovuto ingoiare bocconi amari in nome della fedeltà a un patto che nel frattempo altri stavano rompendo. Ma il governo di unità nazionale si fonda su maturità, lealtà, spirito di sacrificio condiviso. Noi siamo stati disposti fino alla fine a prenderci la nostra parte di sacrifici, altri no.

Il presidente Berlusconi ha chiesto una verifica, ha chiesto discontinuità. Non abbiamo mai chiesto a Draghi di dimettersi, anzi gli abbiamo chiesto di restare e formare un nuovo governo. Draghi era il nostro brand elettorale, il nostro candidato per gestire lo strappo dei 5Stelle. Non abbiamo votato la risoluzione Casini perché dava la fiducia al governo come se nulla fosse accaduto, come se non ci fossero stati strappi, come se i 5Stelle non avessero pugnalato alle spalle il governo. D’altra parte lo stesso Draghi nel suo discorso aveva chiesto di siglare un altro patto. Benissimo, ma questo patto doveva fondarsi su altre basi. La nostra proposta di risoluzione prevedeva un nuovo governo sempre a guida Draghi, ma senza chi aveva tradito il patto fiduciario, proprio per mettere al riparo un nuovo esecutivo dalle fibrillazioni e dagli strappi futuri. In discussione non c’è mai stato il direttore d’orchestra, ma gli orchestrali che ormai suonavano senza ricercare la melodia.

Se avessimo legittimato i 5Stelle lasciandoli al governo, avremmo legittimato tutti a strappare alla prima occasione utile. Così non si sarebbe potuto andare avanti, con i ricatti, con le meschinità. Mario Draghi è stato voluto da Berlusconi alla Banca d’Italia, alla BCE e al Governo. La Pigoni non si deve far prendere dalla foga della campagna elettorale: capisce che Draghi stesso non poteva rimanere con quelli del no a tutto? Peraltro è lo stesso Mario Draghi che mette a tacere qualunque allarmismo. Chiarissime le parole pronunciate pochi giorni fa al Meeting di Rimini: “Sono convinto che il prossimo governo, qualunque sia il suo colore politico, riuscirà a superare quelle difficoltà che oggi appaiono insormontabili – come le abbiamo superate noi l’anno scorso. L’Italia ce la farà, anche questa volta”.

La Pigoni, si rassegni all’idea che in tanto hanno dell’inutilità al voto ad Azione in questa tornata elettorale. Il Suo leader, Calenda, dopo la magra figura collezionata nella fase degli accordi elettorali, prima con Enrico Letta, poi con Renzi ne fanno un “Capitan Tentenna” borioso di cui l’Italia non ha bisogno alcuno.

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