
Nell’intervento di Muzzarelli non sono mancati i riferimenti all’attualità, alla guerra ai confini dell’Unione europea, all’invasione russa che ha portato morte, distruzione e l’emergenza umanitaria per milioni di persone (Modena ospita ormai 3 mila profughi dall’Ucraina) e per la quale è urgente una soluzione diplomatica, ma ha evitato parallelismi retorici con la festa di Liberazione: oggi parliamo di pace, di solidarietà e lavoriamo per l’unità del Paese, è stato il messaggio: “La storia né si inventa né si cancella e soprattutto non può essere stiracchiata a piacimento per fini contingenti. E’ però assolutamente vero e inconfutabile che anche quella dell’Ucraina è una resistenza; una resistenza contro una invasione militare violenta e pianificata ingiustificabile”, ha affermato il sindaco citando il presidente Mattarella: “La pretesa di dominare un altro popolo, di invadere uno Stato indipendente, ci riporta alle pagine più buie dell’imperialismo e del colonialismo”.

Dedicato all’attualità anche l’intervento di don Mattia Ferrari, il sacerdote modenese che, come cappellano della ong Mediterranea Saving Humans, ha partecipato a diverse azioni umanitarie sulla nave che presta soccorso in mare ai migranti. L’organizzazione è attiva anche in Ucraina. Don Ferrari, che con il giornalista di “Avvenire” Nello Scavo, è autore del libro “Pescatore di uomini”, ha sottolineato, appunto, che “la memoria deve farsi impegno e portarci a riflettere su cosa vuol dire liberazione oggi”, ha richiamato il riferimento ai lager libici fatto da papa Francesco e frutto anche “delle scelte fatte dal nostro Paese” e ha citato Carola Rackete e la sua denuncia della “crisi della giustizia globale” alle origini delle migrazioni. Dopo aver richiamato la lettera alla città del vescovo Erio Castellucci sull’esigenza di ascoltare i giovani come via per ritrovare la speranza, don Ferrari ha affermato che di di fronte alla malattia dell’egoismo (“la peste del cuore”), l’augurio per la Festa della Liberazione è di riuscire a cambiare “i nostri cuori” con il coraggio “di guardare negli occhi e di toccare con mano le ferite di chi soffre” per “liberare noi stessi e gli altri dalla peste del cuore”. Una strada è quella della compassione, suggerita dalla maestra buddhista Bhiksuni Chuehmen, del dare senza aspettarsi nulla in cambio e che può contribuire a costruire un altro mondo.



