
Lo spiegano i tecnici del settore Ambiente del Comune di Modena in seguito alla segnalazione, nei giorni scorsi, della consigliera di San Cesario Sabina Piccinini.
L’attività di cava nell’area del bacino del Panaro era stata pianificata fin dagli anni ’70 con l’obiettivo di creare un invaso idraulico (le Casse di espansione del Panaro) ma anche a causa di una specifica caratteristica del sottosuolo rappresentata da uno strato argilloso impermeabile, esteso e continuo su tutta l’area, che funziona da barriera naturale separando nettamente la falda superficiale affiorante in cava (dalla quale è stata prelevata l’acqua esaminata) da quelle ospitate nei livelli acquiferi profondi. Lo strato argilloso, situato a circa dieci metri sotto il piano di campagna, costituisce il limite ultimo e mai intaccabile di escavazione. Un’ulteriore separazione, in questo caso artificiale, è stata poi creata dalle arginature in terra dell’invaso della casse di espansione che impediscono anche l’uscita laterale dell’acqua. Inoltre, precisano ancora i tecnici, gli acquedotti che servono Modena e le zone limitrofe, oltre a captare l’acqua in falde profonde e protette, sono collocati a monte della cava.
Gli esami svolti nel 2015 dai punti di controllo non avevano riscontrato situazioni problematiche a valle della cava. In quelli effettuati il mese scorso da Arpa, invece, nell’acqua a valle della cava è stata rinvenuta dell’ammoniaca. Arpa ha già programmato nuove analisi per capirne la provenienza.


